lunedì 19 ottobre 2009

Flashforward e la ricerca del tempo perduto

Capita ogni tanto che una serie tv diventi fenomeno ancor prima di iniziare. E' la strategia che ha utilizzato la ABC per pubblicizzare il lancio di Flashforward che, ancor prima di apparire sugli schermi tv era stata battezzata come "l'erede di Lost".

Lo spunto di partenza è un improvviso black out mondiale dove tutti gli abitanti della Terra perdono contemporaneamente i sensi per poco più di 2 minuti. In questo breve periodo tutti hanno la possibilità di vedere un lampo della loro vita tra sei mesi.
Tra chi scopre la propria morte, chi coglie nuove opportunità, chi vede una prospettiva poco gradita, l'evento cambierà le vite di tutti. L'agente dell'FBI Mark Benford crea quindi il progetto "Mosaico" per ricostruire questo breve scorcio di futuro attraverso i ricordi della popolazione.

Già dai primi episodi, è chiaro come l'accostamento con Lost non sia casuale per questo giocare con le diverse prospettive e con i salti temporali. Eppure, la serie di Abrams aveva raggiunto questo livello solo dopo diversi episodi mentre in questo caso è proprio lo spunto di partenza della storia. L'esplosivo pilot ha sicuramente seminato delle buone prospettive di sviluppo della storia, eppure gli episodi successivi non hanno dimostrato per ora la stessa tensione narrativa.
Sembra un po' la storia di The 4400 che era partito con un pilot veramente accattivamente per poi perdersi in tanti rivoli narrativi poco incisivi.

Se questo tipo di costruzione permette uno sviluppo virtualmente infinito grazie allo sviluppo verticale che può assumere ogni episodio concentrato sul flashforward di un singolo personaggio, il rischio è nell'accumulare troppe storie autoconcluse che non riescano a costruire una corposa storyline orizzontale. Insomma, un effetto "Heroes" che potrebbe rivelarsi poco soddisfacente per un pubblico ormai sempre più abituato a prodotti elaborati e intelligenti.

Nel ruolo del protagonista Joseph Fiennes, attore inglese shakespeariano che dopo il successo di Shakespeare in Love nel 1998 ha stentato a trovare ruoli significativi. La serie ha un background creativo di lusso: è scritta/prodotta - tra gli altri - da Brannon Braga (24, Star Trek), David S.Goyer (Dark City, Blade, Batman e, forse, il prossimo X-Men:Magneto) e Marc Guggenheim (Law & Order, CSI Miami, X-Men:Wolverine).

giovedì 1 ottobre 2009

Il ritorno del Vampiro sentimentale


Vampire Diaries è un prodotto per certi versi stupefacente: l’ultimo programma della CW è anche il suo più grande successo nella sua ancora giovane storia.
Perchè uso l’aggettivo stupefacente? La serie è tratta dalla saga letteraria di L.J.Smith pubblicata all’inizio degli anni Novanta, una serie di libri che narrano le storie di Elena, una giovane ragazza divisa tra l’amore per due fratelli vampiri. Raccontata oggi la storia ha, come minimo, il sapore del già visto e già detto. Ma poichè il fulcro centrale della storia è precedente alle tante recenti storie di vampiri, alla Smith va almeno riconosciuto il merito di aver anticipato una moda ormai ben consolidata.

L’autore dell’adattamento televisivo è Kevin Williamson che lega il suo nome alla (ri)nascita del teen horror cinematografico e al grande successo televisivo di Dawson’s Creek. Dopo il flop di Hidden Palms del 2007 (sempre per CW), Williamson sembra essere ora sulla buona strada per un duraturo successo.

In questa serie non si riscontrano per ora grandi innovazioni sulla variante “vampiro sentimentale”: Stefan è un bel ragazzo che arriva ad una nuova scuola e conosce Elena. In realtà Stefan è un vampiro centenario che si avvicina ad Elena per la sua straordinaria somiglianza con il suo grande amore defunto. A complicare la storia d’amore tra i due compare Damon, fratello di Stefan che ha più di un conto in sospeso con il ragazzo e che è diverso da lui come il giorno dalla notte: facile capire come la storia andrà a svilupparsi, anche se non si è appassionati della saga letteraria.

E’ facile anche prevedere come Vampire Diaries sarà un successo di questa stagione perchè, pur nella sua mancanza di originalità, presenta tutte le qualità giuste per avere sicuro richiamo su un pubblico giovane, che è poi il target principale della CW. Senza la profondità di Buffy o Angel, senza il trash di autore di True Blood, senza la forza da blockbuster Twilight, Elena, Stefan e Damon saranno ben presenti in questa stagione televisiva.

lunedì 31 agosto 2009

Warehouse 13 e le nuove frontiere del fantasy

Dal 1993, anno di esordio sul piccolo schermo di X-Files, è indubbia l'influenza che la serie di Carter ha avuto su tutta la successiva produzione seriale. Meccanismi narrativi, ibridazione di generi, atmosfere surreali, salde radici nella cultura popolare, nella mitologia, nella storia più o meno ortodossa, ne hanno fatto un prodotto originale e inconfondibile. Certo X-Files non nasce dal nulla ma attinge a piene mani ad altri prodotti televisivi (The Night Stalker, Twilight Zone solo per citarne due), ma propone comunque una formula che si è saputa imporre come marchio autoriale.

Questo preambolo è per presentare la serie Warehouse 13, prodotta dalla Universal e andata in onda da poche settimane su SyFy. La storia è quella di due agenti dei servizi segreti americani, che vengono reclutati a forza da una divisione molto riservata dell'FBI per indagare su accadimenti strani e inspiegabili. Se da questa breve trama è complicato distinguere Warehouse 13 da X-Files (o da Fringe, tanto per citare un altro erede della serie di Carter), questa nuova serie presenta sicuramente alcuni tratti che meritano attenzione.

In primis, tra i creatori e sceneggiatori della serie figura Jane Espenson che ha firmato alcuni dei prodotti più interessanti della tv contemporanea, da Buffy a Dollhouse, da Battlestar Galactica a Caprica mentre tra i produttori troviamo Drew Greenberg (Buffy, Firefly, Dexter).

La storia è molto simile ad altre già viste e riviste, ma parte da un assunto diverso: infatti, i nostri due eroi hanno più che altro i ruoli di magazzinieri cioè devono scovare preziosi e pericolosi reperti per poi chiuderli in un enorme magazzino sotterraneo e segreto che ricorda molto quello visto nella scena finale del primo Indiana Jones (quello dove viene riposta l'arca dell'alleanza, per intenderci). In questa avventura sono coadiuvati dal Dr.Nielsen - che ricorda come ruolo e come atteggiamento il Dr.Bishop di Fringe -, esperto di antichi manufatti e magia.
Originale la location dello studio di Nielsen che vive isolato in cima al grande magazzino in un ambiente estremamente moderno ma dal look molto classico, con computer e schermi che sembrano provenire direttamente dal medioevo.

Il tono del racconto punta molto sull'ironia e sul gioco di ruolo tra i due protagonisti, gli agenti Pete e Myka che si conoscono già da prima dell'incarico ma non sembrano amarsi troppo. Eppure sono pronti a completarsi e sostenersi a vicenda già dai primi minuti della loro avventura. La struttura narrativa portante - almeno in questi primi episodi - si concentra su una storyline autoconclusiva da "mostro della settimana" o, per essere più corretti visto il plot, da "oggetto della settimana". E' però certo che, se la serie dovesse ottenere successo e proseguire, dovrà puntare su una narrazione orizzontale più sviluppata.

Aspettiamo con interesse gli sviluppi di questo nuovo prodotto in bilico tra archeofantascienza, horror e humor, in una nuova declinazione del fantasy televisivo.

domenica 12 luglio 2009

Roma Fiction Festival


Si è chiuso ieri il Roma Fiction Festival. La manifestazione romana ha, ancora una volta, evidenziato come ormai la fiction televisiva abbia un pubblico di fans e addetti ai lavori ormai alla pari del mondo del cinema e della sua industria.

Moltissime le premiere e le proiezioni di prodotti difficilmente reperibili: da segnalare, su tutti, il successo di House M.D. con la guest star Lisa Edelstein (Lisa Cuddy nella serie) e la presentazione della serie Wallander, prodotta dalla BBC con Kenneth Branagh che interpreta l'investigatore svedese tratto dai romanzi di Henning Mankell.

Fermandoci su quest'ultimo prodotto, interessante l'incontro con la stampa dell'autore/regista/attore nord-irlandese. Branagh ha affrontato vari temi tra cui il suo prossimo progetto, la trasposizione del fumetto Thor. Sono emersi, in particolare, i dubbi e le curiosità sul suo affrontare un tema così mainstream e blockbuster da parte di un autore che, invece, si è imposto al grande pubblico grazie al lavoro, per il cinema e il teatro, sulle opere di William Shakespeare. 

E' emerso, quindi, un Branagh assolutamente conscio delle sue possibilità e senza remore di alcun tipo. Senza tralasciare il lavoro di qualità che ha avvicinato tanto pubblico alle opere del Bardo, Branagh si è dimostrato capace di muoversi tra cinema, teatro e televisione e tra regia, scrittura e interpretazione, senza mai perdere di vista i suoi obiettivi di qualità e autorialità.

Tornando alla serie Wallander, essa rappresenta un buon prodotto di qualità che soddisferà soprattutto gli amanti del thriller ma, grazie all'ambientazione estremamente suggestiva, attirerà anche un pubblico alla ricerca di prodotti originali e accattivanti.
Fino ad ora sono stati realizzati 3 episodi ma altri 7 sono già in fase di produzione e pre-produzione.

Buona visione!


martedì 26 maggio 2009

Critical Studies in Television su Facebook


Come ormai di uso comune per molte università e centri di ricerca, anche la rivista Critical Studies in Television sbarca su Facebook.

Il sito della rivista offre segnalazioni interessanti su conferenze, seminari, opportunità di lavoro e borse di ricerca, oltre a brevi riflessioni sulla televisione sempre interessanti.

Il gruppo su Facebook punta ad essere una community aperta e attiva di studiosi del campo della tv e dei media studies per poter essere in contatto e segnalare eventi e opportunità interessanti.

Ci vediamo su Facebook!

domenica 26 aprile 2009

Il punto della situazione...


Mentre la stagione televisiva si avvia verso la sua conclusione, è possibile effettuare una rapida analisi di come alcune serie televisive di cui mi sono occupata qui in passato, si siano evolute nel corso di quest'anno.

Heroes prosegue la sua corsa verso la reale comprensione del bene e del male. Il tema della serie è, infatti, questo: non esiste una netta discriminante tra i due opposti. I personaggi - in un cast altamente corale - si muovono tra i due lati della medaglia. Se l'azione e la tensione restano sempre alte, uno dei rischi della serie è quello della confusione, un po' come a tratti accade in Lost. E' chiaro come la serie punti a temi filosofici alti; rischia però di implodere su sé stessa.

House M.D. rappresenta invece l'immutabilità. Puntando su un unico protagonista assoluto e su una struttura ripetibile all'infinito, la serie resta godibile ma rischia un senso di déjà vu che, alla lunga, può stancare. E' come se si trovasse su un precipizio sempre a rischio di scadere nella qualità della scrittura. E', questo, il problema di serie troppo basate su un solo protagonista: se esso non mantiene i suoi standard, il pubblico si disaffeziona. Gli autori hanno provato a vivacizzare la serie inserendo elementi maggiormente centrati sul privato del protagonista ma non ha funzionato e si è, quindi, tornato al format originale. 

True Blood (in arrivo in Italia) è stata la scommessa della HBO che rischiava l'inizio di una parabola discendente dopo la fine dei Sopranos. Il risultato della prima stagione è stato lodevole: sfruttando anche l'onda lunga dei vampiri (vedi Twilight e dintorni), la serie ha proposto un modo originale di proporre uno degli archetipi più amati del romanticismo letterario: l'amore tra diversi, la bella e la bestia. Però Alan Ball ha infarcito la serie anche di tanto humor e di una forte dose di auto-ironia. Oltre ad una location originale e poco sfruttata visivamente altrove. La seconda stagione, quindi, è attesa con ansia.

Fringe era attesissimo. Dopo gli enormi successi raccolti da J.J.Abrams, si aspettava questa serie come la definitiva consacrazione dell'autore. Il risultato è una buona serie, partita in sordina e fin troppo simile a X-Files. Nel corso degli episodi, però, i personaggi hanno assunto una propria autonomia e le storie hanno cominciato a farsi maggiormente interessanti. Restano comunque le forti derivazioni dalla serie di Carter ma la serie ora cammina sulle sue gambe.

Dollhouse era, personalmente, la più attesa. Gli orfani di Buffy, Angel e Firefly, erano da mesi in fibrillazione per la nuova opera di Whedon. I primi episodi hanno stentato ad ingranare, ma ora la serie comincia a mostrare più evidentemente il carattere dell'autore. Ancora tanti i dubbi ma finalmente emergono tratti di interesse e di definizione della protagonista che aveva lasciato dubbi fin dall'inizio. Sperando che la serie non venga cancellata prima di poter definitivamente decollare.

Buona visione!

domenica 15 febbraio 2009

Welcome back Joss!


Ha finalmente esordito venerdì 13 febbraio sulla Fox, Dollhouse, la nuova fatica di Joss Whedon.

La storia è quella di Echo, una giovane donna che fa parte di una organizzazione segreta che impianta nuove personalità ai suoi agenti per renderli perfetti per la missione in corso. Al termine dell’incarico, gli agenti vengono “resettati” e restano involucri vuoti in attesa di una nuova missione da svolgere.

Giudicare una serie tv dal solo pilot è opera ardua. Infatti, il pilot ha delle necessità produttive che lo rendono “chiuso” e “autosufficiente” poiché deve contenere in sé tutte le caratteristiche della serie che si andrà sviluppando. Inoltre, il pubblico non conosce ancora i personaggi e, quindi, non si trova empaticamente coinvolto nella narrazione.

Volendo comunque ragionare su questi primi 50 minuti, la prima osservazione che viene a galla è che Dollhouse è leggibile da due punti di vista opposti e complementari: da un lato è un’opera chiaramente Whedoniana. Vi sono rilevabili i tratti comuni dei precedenti lavori dell’autore, Buffy, Angel, Firefly, Serenity, Dr.Horrible: l’importanza della figura femminile, un cast corale e ben bilanciato, una predilezione per i generi ibridi, una regia lucida e al servizio della narrazione, una scarsezza di effetti speciali fini a sé stessi. Dall’altro lato, però, Whedon sembra rischiare poco. Dollhouse è interessante ma non particolarmente originale. Da questi primi minuti ricorda fortemente serie precedenti come Alias o Dark Angel e bisognerà vedere se Eliza Dushku, la protagonista già vista in Buffy, saprà reggere le tante sfaccettature e personalità della sua Echo.

C’è da dire, a favore di Whedon, che sicuramente la Fox ha influito molto per avere un prodotto più di mercato e meno autoriale e Whedon, ancora fresco della inopportuna cancellazione di Firefly, non ha ancora molto credito nelle grandi produzioni. Il che resta un mistero visto che è sicuramente una delle voci più originali della tv statunitense.

In ogni caso, è stato un piacere vedere di nuovo sullo schermo “created by Joss Whedon”!

giovedì 5 febbraio 2009

La Terza Golden Age della Televisione


E' disponibile da oggi il mio nuovo volume La Terza Golden Age della Televisione. Il libro è una ampia riflessione sulla serialità tv contemporanea da diversi punti di vista: produzione, generi, scrittura, autorialità.

Il volume è aperto da una introduzione di Robert J.Thompson, l'autore di Television's Second Golden Age, volume di cui il mio libro si pone come ideale prosecuzione. In chiusura, invece, un ricco case study sulla serie Buffy The Vampire Slayer applica le teorie del libro all'opera di Whedon.

Il volume è pubblicato dalle Edizioni Sabinae.

Buona lettura!

venerdì 23 gennaio 2009

I misteri dei sotterranei di Londra: Demons


Il 2009 ha portato sugli schermi britannici una nuova serie horror/fantasy, Demons.

La serie - anche se è più corretto mini-serie visto che sono per ora previsti solo 6 episodi - racconta le avventure di Luke (Christian Cooke), giovane londinese che scopre di essere l'erede nientemeno che di Van Helsing. Affiancato da un osservatore, Rupert Galvin (Philip Glenister), inizierà il suo allenamento e il suo studio per combattere demoni e vampiri. Il team è completato da Mina Harker (Zoe Tapper), non vedente ma dotata di poteri sovrannaturali, e Ruby (Holly Grainger), compagna di scuola di Luke.

La prima impressione che si ha guardando Demons è di incompletezza: infatti, pur apprezzando i prodotti di genere e sicuramente subendo il fascino di una Londra spesso notturna e misteriosa, le storie sono appena abbozzate e gli epiloghi spesso frettolosi e semplicistici. I personaggi hanno potenzialità ancora da esprimere e si vedrà se la Itv commissionerà una seconda stagione.

Dal punto di vista dei generi, Demons si inserisce in un trend ormai affermato della tv britannica sul mix horror/fantasy che, pur ottenendo risultati diversi, ha prodotto serie certamente interessanti: Hex, Merlin e Apparitions sono solo alcuni recenti prodotti che vanno a creare un corpus di un filone che si va sempre più ampliando.

Demons va inoltre ascritto al macro-genere del teen drama e da più parti sono stati messi in evidenza le relazioni con la serie Buffy the Vampire Slayer. Per ora, a parte le analogie che non sono sfuggite ai fans, Demons è molto lontana dalla serie di Whedon che presentava una profondità di scrittura raramente vista in tv.

Comunque, ci godiamo i demoni londinese, che hanno sempre un loro fascino....

sabato 27 dicembre 2008

Entourage: bella la vita......


Vincent Chase è una star di Hollywood: giovane, ricco e bello, passa le sue giornate nel patinato mondo dello star system. Unico problema: quale donna portarsi a letto per la prossima avventura da una notte! Questo è Entourage, altro successo targato HBO che dal 2004 segue la vita di Vincent (Adrian Grenier).

La serie è composta da episodi di 20 minuti (sul formato sit-com, quindi) ma è in tutto e per tutto un serial dove gli episodi si susseguono in rigoroso sviluppo cronologico. La forza della storia è in ciò che contorna Vincent, il suo entourage, appunto. Infatti, Vincent viene da New York e nel suo approdo a Los Angeles in cerca di gloria porta con se Eric (Kevin Connolly) il suo migliore amico, Johnny (Kevin Dillon), suo fratello maggiore e Turtle (Jerry Ferrara), amico d'infanzia. A completare il cast, Ari Gold (Jeremy Piven), l'agente di Vincent.

Il gruppo di giovani amici si immerge nella spensierata vita da star sulle spalle di Vincent. Tra feste e gite a Las Vegas, gli amici si godono la vita mentre il solo Eric sembra mostrare saggezza e maturità cercando di costruire la carriera dell'amico. Johnny, infatti, è un attore di scarso successo che tenta di ottenere parti grazie alla fama del fratello. Pur a tratti ricoprendo il ruolo di "chioccia" del gruppo (è lui che cucina per tutti), è permaloso e irascibile. Turtle è un bambinone dedito ai videogames e alle belle macchine. Il suo ruolo è quello del factotum, spesso bistrattato e deriso dal gruppo. E poi c'è Vincent, bello come il sole, conscio della sua dote e deciso a sfruttarla per arrivare in alto. Pur se in maniera distopica, il gruppo porta sullo schermo un nucleo familiare atipico che, comunque, riesce a farsi forza puntando sull'unità.

Entourage è una comedy a tutti gli effetti ma non manca la critica sociale grazie al personaggio di Ari, l'agente di Vincent, senza scrupoli e pronto a tutto pur di far ottenere una parte al suo assistito. Inoltre, nelle lunghe giornate passate tra ginnastica, sesso e drink, permea una sorta di edonismo che rimane, comunque, simpatico. Unico difetto: il ruolo femminile è poco presente se non nelle vesti delle conquiste del gruppo.

Con Entourage la HBO dimostra - se mai ce ne fosse bisogno - come anche una "semplice" comedy possa divenire un prodotto di alta qualità. Anche grazie alle innumerevoli guest star nel ruolo di se stesse che aggiungono una aurea di realismo a tutto il prodotto.