sabato 9 gennaio 2010

Ol3Media - Vampiri


Buon anno a tutti!
Il primo post dell'anno è per segnalare che è ora online il nuovo numero di Ol3Media tutto dedicato ai vampiri! Buona lettura!

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Indice

Introduzione – Barbara Maio
Intervista ad Angelica Tintori e Franco Pezzini Autori di The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo
La nostalgia del Vampiro di Antonella Albano (Università di Bari)
Forme quotidiane dell'orrore: Twilight tra cinema e letteratura di Anna Sborgi (Università di Genova)
I Vampiri come Figure Ibride di Sharon Cheung (Hong Kong Baptist University)
Defanged: il curioso caso del vampiro family-friendly di Andrew Scahill (Austin University, Texas)
“Love sucks”: Amore e vampiri in The Vampire Diaries di Giada Da Ros (Università di Trento)
I Vampiri di Alan Moore di Kane X. Faucher (University of Western Ontario)
“It was hateful and yet overpowering”: La paura del desiderio femminile omosessuale in Carmilla di Le Fanu di Brigitte Boudreau (Université de Montréal)
Creare un nuovo essere: Vampiri e performance di genere nei racconti di Saint-German di Chelsea Quinn Yarbro di Candace Benefiel (Texas A&M University)

Special Focus su True Blood

Introduzione a True Blood di Francesca Romanello (Università Roma Tre)
Dinamiche etniche e di gender nella trasposizione di True Blood di Luigi Ernesto Arrigoni (Università di Bergamo)
I miti del vampiro: una comparazione delle leggende sui vampiri in due prodotti di fiction popolare di Suanna H.Davis (Houston Baptist University, Texas)
Legami di Sangue: Tru Blood, True Blood, e il marketing del Fandom di Lisa Patti (Cornell University, NY)

giovedì 31 dicembre 2009

Buon Anno

Un augurio di un sereno anno a tutti i lettori, occasionali o fissi, di Cult Television.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il mondo reale di Virtuality


Uno dei dibattiti più ricorrenti tra critici e studiosi della tv riguarda l'attuale situazione della fantascienza, uno dei generi più di successo tra cinema e televisione e che più ha saputo fotografare attualità e politica nonostante le tante accezioni fantasy. Eppure, sono ormai pochi i prodotti di pura fantascienza sui nostri schermi (in attesa di Avatar, ovviamente....): Virtuality è uno dei pochi che sembra legarsi ancora ai canoni classici del genere. Una navetta spaziale con un equipaggio di 12 persone è in viaggio per una missione esplorativa che, dopo la partenza, si rivela essere l'unica speranza per la Terra destinata alla distruzione in poche decine di anni. L'equipaggio dovrà decidere se continuare la sua missione compiendo un viaggio lunghissimo per cercare nuove terre vivibili oppure tornare a casa e vivere gli anni rimanenti accanto ai propri cari.

Le poche righe di trama non rappresentano la complessità del prodotto: infatti, diverse sono le caratteristiche originali della serie. L'atmosfera generale richiama quella della fantascienza classica da 2001 a Alien ma con una novità rilevante: l'equipaggio a bordo della navetta è anche protagonista di un reality show diretto all'interno della stessa e visto da milioni di persone in tutto il mondo che, grazie a telecamente sparse in tutte le parti dell'astronave, possono seguire le vidende umane e lavorative dell'equipaggio. Un "Grande Fratello" spaziale che assume i connotati di una indagine psicologica agli estremi dove il premio è la vita o la morte (dell'intero pianeta). E a questi due livelli di narrazione, la realtà e lo show, si aggiunge la virtualità del titolo, cioè un software che consente all'equipaggio di creare mondi altermativi dove sfogare la forzata reclusione nella navetta. Il nodo di svolta è proprio in questo terzo livello dove un tredicesimo personaggio irrompe portando violenza e mettendo a dura prova i nostri eroi.

Lo show è creato da Michael Taylor e Ronald Moore, veterani della sci-fi con Battlestar Galactica, Star Trek NG e DSN, Caprica, e commissionato dalla Fox che però non lo ha confermato dopo il pilot che è stato trasmesso come tv movie. Non è escluso che il progetto possa venir ripreso da qualche altro network, ma questo stop è un peccato poichè il pilot ha mostrato un alto livello di maturità; i temi e la costruzione narrativa sono molto attuali e avrebbero potuto portare a sviluppi interessanti. Anche la scelta di far morire già nel pilot quello che fino a quel momento era stato il protagonista, denota una ricerca di profondità narrativa che avrebbe indubbiamente portato ad intrecci tra realtà diverse nello sviluppo della storia.
Senza contare una elevata cura del set design e una giusta scelta del casting per quel poco che si è visto.

mercoledì 25 novembre 2009

Glee: l'estetica del perdente

La musica in televisione, nello specifico nelle serie tv, non ha mai avuto vita facile. Fame (Saranno Famosi) resta ad oggi la serie che meglio ha sfruttato la musica in senso diegetico cioè utilizzandola come componente essenziale ed interna al racconto. Meno comune è l'utilizzo dello stile musical vero e proprio: The Singing Detective resta ad oggi una delle pochissime serie strutturalmente musical. Più di successo, invece, gli episodi musicali di serie tv di genere diverso: ad oggi il risultato migliore può essere senza dubbio attribuito a Once more with feeling della serie Buffy The Vampire Slayer.

Ci prova ora la Fox con Glee, serie tv che pur non trattando di una scuola d'arte fa della musica una componente centrale del racconto.
La storia è quella di una High School come tante negli Stati Uniti, dove la squadra di football e quella delle cheerleaders rappresentano il top a cui uno studente deve ambire.
Il docente di spagnolo della scuola, Will Schuester, decide di prendere la responsabilità del Glee Club, ovvero il gruppo musicale (in senso lato, cantano, ballano e suonano gli strumenti) della scuola. Will capisce presto che l'unico modo per far sopravvivere il club è quello di coinvolgere anche le star della scuola e così il gruppo omogeneo tenterà di arrivare al concorso che segnerebbe la possibilità di continuare il progetto. Infatti, la caratteristica di Glee è il focus sui perdenti, gli sfigati della scuola: disabili, minoranze etniche, omosessuali, impopolari. Con l'entrata nel club anche le cheerleaders e i giocatori di football perdono il loro fascino.
Il tema non è nuovo nel teen drama (la scooby gang di Buffy su tutte) e qui viene trattato in maniera per ora ancora un po' superficiale e scontata.

La storia si sviluppa seguendo le innumerevoli avversità che il Glee Club deve affrontare: perdita di stima, concorrenza del gruppo delle cheerleaders capitanato dalla cinica e spietata (ma divertentissima) professoressa Sylvester, un preside interessato solo a far quadrare il bilancio, finte e vere gravidanze, storie d'amore che nascono e muoiono.
Ogni episodio è costellato da 4/5 esibizioni musicali del gruppo con l'adattamento di pezzi celebri di generi musicale diversi.

La serie è un classico teen dramedy ma con una ventata di novità sicuramente piacevole.
La prima parte di episodi sino ad ora trasmessi ha dimostrato una sorta di eterogeneità nell'adamento narrativo che lascia pensare che ci sia talvolta una sorta di autocompiacimento dell'autore Ryan Murphy (Nip/Tuck, Popular) che mette in scena delle belle esibizioni ma cura poco lo sviluppo narrativo a lungo termine.

Vedremo se in futuro Murphy curerà maggiormente la storyline per dare alla serie la possibilità di crescere in maniera coerente e non scontata.

lunedì 16 novembre 2009

V: gli alieni sono tra noi


Nel 1984 la WB (produttore) e la NBC (distributore), presentarono al pubblico televisivo una piccola rivoluzione della serialità di genere: V.
La serie scritta da Kenneth Johnson e prodotta da Daniel Blatt e Robert Singer, si propose come una grande novità poichè portava sul piccolo schermo una sci-fi in versione lusso, solitamente riservata al cinema, con un utilizzo di effetti speciali e, soprattutto, un progetto pubblicitario che rese il debutto della serie un evento. A distanza di 25 anni, V ha assunto quell'aurea cult dovuta - con gli occhi di oggi - a quell'aspetto camp e trash che piace ancora molto su prodotti datati.
Eppure la serie non scadeva nella banalità di tante produzioni anni Ottanta e andava a innestarsi in una tradizione di genere molto amata dal pubblico seppur innovandola con temi ancora oggi attuali.

Appunto dopo 25 anni la WB con ABC tentano di far rivivere i fasti passati. Ancora Johnson con Scott Peters propongo il remake della serie tentando una strada forse azzardata: infatti, dai primi due episodi si è già compreso come possa essere differente la struttura di partenza. Nell'originale gli alieni invadevano la terra e lentamente si insediavano in ogni ambito della vita terrestre per poi poco a poco rivelarsi in tutta la loro malvagità.
In questo remake veniamo subito a scoprire che gli alieni sono già tra noi da diversi anni e che si possono essere infiltrati in ogni luogo del potere, dalla politica alle forze dell'ordine. Esiste già una resistenza portata avanti da alieni ribelli anch'essi ormai integrati sulla terra.

Ciò che nella prima serie assumeva un tono a volte ironico (o ingenuo), qui diventa molto (troppo) serio. Si perde poi quell'alone di novità di "cinema in tv" visto l'alto standard delle produzioni contemporanee e quindi, stilisticamente, V versione 2009 non si distanzia molto da tante serie che vediamo sul piccolo schermo, soprattutto in HD. Dopo due puntate poi quelli che sembrano essere i personaggi principali non suscitano particolare empatia e simpatia e sono, a volte, fin troppo stereotipati. E le divise rosse della serie orginale erano molto più fashion.

La serie comunque ha ampie possibilità di crescita e di sviluppo e non è poco visto che la sci-fi più pura non è tra i genere che abbondano al momento. Dal punto di vista poi dell'aggiornamento dei temi, questo remake è profondamente nella società statunitense contemporanea, con tutte le sue fobie e paranoie. Senza scordare una critica ai media, vera arma di potere dei visitatori, sia nel 1984 che nel 2009.

Diamo ancora un po' di tempo alla storia per crescere e intanto godiamoci il gelido volto di Morena Baccarin che interpreta il capo degli alieni, Anna. Riuscira a far dimenticare la tanto cattiva Diana della serie originale?

lunedì 19 ottobre 2009

Flashforward e la ricerca del tempo perduto

Capita ogni tanto che una serie tv diventi fenomeno ancor prima di iniziare. E' la strategia che ha utilizzato la ABC per pubblicizzare il lancio di Flashforward che, ancor prima di apparire sugli schermi tv era stata battezzata come "l'erede di Lost".

Lo spunto di partenza è un improvviso black out mondiale dove tutti gli abitanti della Terra perdono contemporaneamente i sensi per poco più di 2 minuti. In questo breve periodo tutti hanno la possibilità di vedere un lampo della loro vita tra sei mesi.
Tra chi scopre la propria morte, chi coglie nuove opportunità, chi vede una prospettiva poco gradita, l'evento cambierà le vite di tutti. L'agente dell'FBI Mark Benford crea quindi il progetto "Mosaico" per ricostruire questo breve scorcio di futuro attraverso i ricordi della popolazione.

Già dai primi episodi, è chiaro come l'accostamento con Lost non sia casuale per questo giocare con le diverse prospettive e con i salti temporali. Eppure, la serie di Abrams aveva raggiunto questo livello solo dopo diversi episodi mentre in questo caso è proprio lo spunto di partenza della storia. L'esplosivo pilot ha sicuramente seminato delle buone prospettive di sviluppo della storia, eppure gli episodi successivi non hanno dimostrato per ora la stessa tensione narrativa.
Sembra un po' la storia di The 4400 che era partito con un pilot veramente accattivamente per poi perdersi in tanti rivoli narrativi poco incisivi.

Se questo tipo di costruzione permette uno sviluppo virtualmente infinito grazie allo sviluppo verticale che può assumere ogni episodio concentrato sul flashforward di un singolo personaggio, il rischio è nell'accumulare troppe storie autoconcluse che non riescano a costruire una corposa storyline orizzontale. Insomma, un effetto "Heroes" che potrebbe rivelarsi poco soddisfacente per un pubblico ormai sempre più abituato a prodotti elaborati e intelligenti.

Nel ruolo del protagonista Joseph Fiennes, attore inglese shakespeariano che dopo il successo di Shakespeare in Love nel 1998 ha stentato a trovare ruoli significativi. La serie ha un background creativo di lusso: è scritta/prodotta - tra gli altri - da Brannon Braga (24, Star Trek), David S.Goyer (Dark City, Blade, Batman e, forse, il prossimo X-Men:Magneto) e Marc Guggenheim (Law & Order, CSI Miami, X-Men:Wolverine).

giovedì 1 ottobre 2009

Il ritorno del Vampiro sentimentale


Vampire Diaries è un prodotto per certi versi stupefacente: l’ultimo programma della CW è anche il suo più grande successo nella sua ancora giovane storia.
Perchè uso l’aggettivo stupefacente? La serie è tratta dalla saga letteraria di L.J.Smith pubblicata all’inizio degli anni Novanta, una serie di libri che narrano le storie di Elena, una giovane ragazza divisa tra l’amore per due fratelli vampiri. Raccontata oggi la storia ha, come minimo, il sapore del già visto e già detto. Ma poichè il fulcro centrale della storia è precedente alle tante recenti storie di vampiri, alla Smith va almeno riconosciuto il merito di aver anticipato una moda ormai ben consolidata.

L’autore dell’adattamento televisivo è Kevin Williamson che lega il suo nome alla (ri)nascita del teen horror cinematografico e al grande successo televisivo di Dawson’s Creek. Dopo il flop di Hidden Palms del 2007 (sempre per CW), Williamson sembra essere ora sulla buona strada per un duraturo successo.

In questa serie non si riscontrano per ora grandi innovazioni sulla variante “vampiro sentimentale”: Stefan è un bel ragazzo che arriva ad una nuova scuola e conosce Elena. In realtà Stefan è un vampiro centenario che si avvicina ad Elena per la sua straordinaria somiglianza con il suo grande amore defunto. A complicare la storia d’amore tra i due compare Damon, fratello di Stefan che ha più di un conto in sospeso con il ragazzo e che è diverso da lui come il giorno dalla notte: facile capire come la storia andrà a svilupparsi, anche se non si è appassionati della saga letteraria.

E’ facile anche prevedere come Vampire Diaries sarà un successo di questa stagione perchè, pur nella sua mancanza di originalità, presenta tutte le qualità giuste per avere sicuro richiamo su un pubblico giovane, che è poi il target principale della CW. Senza la profondità di Buffy o Angel, senza il trash di autore di True Blood, senza la forza da blockbuster Twilight, Elena, Stefan e Damon saranno ben presenti in questa stagione televisiva.

lunedì 31 agosto 2009

Warehouse 13 e le nuove frontiere del fantasy

Dal 1993, anno di esordio sul piccolo schermo di X-Files, è indubbia l'influenza che la serie di Carter ha avuto su tutta la successiva produzione seriale. Meccanismi narrativi, ibridazione di generi, atmosfere surreali, salde radici nella cultura popolare, nella mitologia, nella storia più o meno ortodossa, ne hanno fatto un prodotto originale e inconfondibile. Certo X-Files non nasce dal nulla ma attinge a piene mani ad altri prodotti televisivi (The Night Stalker, Twilight Zone solo per citarne due), ma propone comunque una formula che si è saputa imporre come marchio autoriale.

Questo preambolo è per presentare la serie Warehouse 13, prodotta dalla Universal e andata in onda da poche settimane su SyFy. La storia è quella di due agenti dei servizi segreti americani, che vengono reclutati a forza da una divisione molto riservata dell'FBI per indagare su accadimenti strani e inspiegabili. Se da questa breve trama è complicato distinguere Warehouse 13 da X-Files (o da Fringe, tanto per citare un altro erede della serie di Carter), questa nuova serie presenta sicuramente alcuni tratti che meritano attenzione.

In primis, tra i creatori e sceneggiatori della serie figura Jane Espenson che ha firmato alcuni dei prodotti più interessanti della tv contemporanea, da Buffy a Dollhouse, da Battlestar Galactica a Caprica mentre tra i produttori troviamo Drew Greenberg (Buffy, Firefly, Dexter).

La storia è molto simile ad altre già viste e riviste, ma parte da un assunto diverso: infatti, i nostri due eroi hanno più che altro i ruoli di magazzinieri cioè devono scovare preziosi e pericolosi reperti per poi chiuderli in un enorme magazzino sotterraneo e segreto che ricorda molto quello visto nella scena finale del primo Indiana Jones (quello dove viene riposta l'arca dell'alleanza, per intenderci). In questa avventura sono coadiuvati dal Dr.Nielsen - che ricorda come ruolo e come atteggiamento il Dr.Bishop di Fringe -, esperto di antichi manufatti e magia.
Originale la location dello studio di Nielsen che vive isolato in cima al grande magazzino in un ambiente estremamente moderno ma dal look molto classico, con computer e schermi che sembrano provenire direttamente dal medioevo.

Il tono del racconto punta molto sull'ironia e sul gioco di ruolo tra i due protagonisti, gli agenti Pete e Myka che si conoscono già da prima dell'incarico ma non sembrano amarsi troppo. Eppure sono pronti a completarsi e sostenersi a vicenda già dai primi minuti della loro avventura. La struttura narrativa portante - almeno in questi primi episodi - si concentra su una storyline autoconclusiva da "mostro della settimana" o, per essere più corretti visto il plot, da "oggetto della settimana". E' però certo che, se la serie dovesse ottenere successo e proseguire, dovrà puntare su una narrazione orizzontale più sviluppata.

Aspettiamo con interesse gli sviluppi di questo nuovo prodotto in bilico tra archeofantascienza, horror e humor, in una nuova declinazione del fantasy televisivo.

domenica 12 luglio 2009

Roma Fiction Festival


Si è chiuso ieri il Roma Fiction Festival. La manifestazione romana ha, ancora una volta, evidenziato come ormai la fiction televisiva abbia un pubblico di fans e addetti ai lavori ormai alla pari del mondo del cinema e della sua industria.

Moltissime le premiere e le proiezioni di prodotti difficilmente reperibili: da segnalare, su tutti, il successo di House M.D. con la guest star Lisa Edelstein (Lisa Cuddy nella serie) e la presentazione della serie Wallander, prodotta dalla BBC con Kenneth Branagh che interpreta l'investigatore svedese tratto dai romanzi di Henning Mankell.

Fermandoci su quest'ultimo prodotto, interessante l'incontro con la stampa dell'autore/regista/attore nord-irlandese. Branagh ha affrontato vari temi tra cui il suo prossimo progetto, la trasposizione del fumetto Thor. Sono emersi, in particolare, i dubbi e le curiosità sul suo affrontare un tema così mainstream e blockbuster da parte di un autore che, invece, si è imposto al grande pubblico grazie al lavoro, per il cinema e il teatro, sulle opere di William Shakespeare. 

E' emerso, quindi, un Branagh assolutamente conscio delle sue possibilità e senza remore di alcun tipo. Senza tralasciare il lavoro di qualità che ha avvicinato tanto pubblico alle opere del Bardo, Branagh si è dimostrato capace di muoversi tra cinema, teatro e televisione e tra regia, scrittura e interpretazione, senza mai perdere di vista i suoi obiettivi di qualità e autorialità.

Tornando alla serie Wallander, essa rappresenta un buon prodotto di qualità che soddisferà soprattutto gli amanti del thriller ma, grazie all'ambientazione estremamente suggestiva, attirerà anche un pubblico alla ricerca di prodotti originali e accattivanti.
Fino ad ora sono stati realizzati 3 episodi ma altri 7 sono già in fase di produzione e pre-produzione.

Buona visione!


martedì 26 maggio 2009

Critical Studies in Television su Facebook


Come ormai di uso comune per molte università e centri di ricerca, anche la rivista Critical Studies in Television sbarca su Facebook.

Il sito della rivista offre segnalazioni interessanti su conferenze, seminari, opportunità di lavoro e borse di ricerca, oltre a brevi riflessioni sulla televisione sempre interessanti.

Il gruppo su Facebook punta ad essere una community aperta e attiva di studiosi del campo della tv e dei media studies per poter essere in contatto e segnalare eventi e opportunità interessanti.

Ci vediamo su Facebook!