
Si è chiuso ieri il Roma Fiction Festival. La manifestazione romana ha, ancora una volta, evidenziato come ormai la fiction televisiva abbia un pubblico di fans e addetti ai lavori ormai alla pari del mondo del cinema e della sua industria.
Cult Television è il blog di Barbara Maio dove discutere di televisione e di tutto ciò che la riguarda


Come ormai di uso comune per molte università e centri di ricerca, anche la rivista Critical Studies in Television sbarca su Facebook.
Il sito della rivista offre segnalazioni interessanti su conferenze, seminari, opportunità di lavoro e borse di ricerca, oltre a brevi riflessioni sulla televisione sempre interessanti.
Il gruppo su Facebook punta ad essere una community aperta e attiva di studiosi del campo della tv e dei media studies per poter essere in contatto e segnalare eventi e opportunità interessanti.
Ci vediamo su Facebook!

Mentre la stagione televisiva si avvia verso la sua conclusione, è possibile effettuare una rapida analisi di come alcune serie televisive di cui mi sono occupata qui in passato, si siano evolute nel corso di quest'anno.
Heroes prosegue la sua corsa verso la reale comprensione del bene e del male. Il tema della serie è, infatti, questo: non esiste una netta discriminante tra i due opposti. I personaggi - in un cast altamente corale - si muovono tra i due lati della medaglia. Se l'azione e la tensione restano sempre alte, uno dei rischi della serie è quello della confusione, un po' come a tratti accade in Lost. E' chiaro come la serie punti a temi filosofici alti; rischia però di implodere su sé stessa.
House M.D. rappresenta invece l'immutabilità. Puntando su un unico protagonista assoluto e su una struttura ripetibile all'infinito, la serie resta godibile ma rischia un senso di déjà vu che, alla lunga, può stancare. E' come se si trovasse su un precipizio sempre a rischio di scadere nella qualità della scrittura. E', questo, il problema di serie troppo basate su un solo protagonista: se esso non mantiene i suoi standard, il pubblico si disaffeziona. Gli autori hanno provato a vivacizzare la serie inserendo elementi maggiormente centrati sul privato del protagonista ma non ha funzionato e si è, quindi, tornato al format originale.
True Blood (in arrivo in Italia) è stata la scommessa della HBO che rischiava l'inizio di una parabola discendente dopo la fine dei Sopranos. Il risultato della prima stagione è stato lodevole: sfruttando anche l'onda lunga dei vampiri (vedi Twilight e dintorni), la serie ha proposto un modo originale di proporre uno degli archetipi più amati del romanticismo letterario: l'amore tra diversi, la bella e la bestia. Però Alan Ball ha infarcito la serie anche di tanto humor e di una forte dose di auto-ironia. Oltre ad una location originale e poco sfruttata visivamente altrove. La seconda stagione, quindi, è attesa con ansia.
Fringe era attesissimo. Dopo gli enormi successi raccolti da J.J.Abrams, si aspettava questa serie come la definitiva consacrazione dell'autore. Il risultato è una buona serie, partita in sordina e fin troppo simile a X-Files. Nel corso degli episodi, però, i personaggi hanno assunto una propria autonomia e le storie hanno cominciato a farsi maggiormente interessanti. Restano comunque le forti derivazioni dalla serie di Carter ma la serie ora cammina sulle sue gambe.
Dollhouse era, personalmente, la più attesa. Gli orfani di Buffy, Angel e Firefly, erano da mesi in fibrillazione per la nuova opera di Whedon. I primi episodi hanno stentato ad ingranare, ma ora la serie comincia a mostrare più evidentemente il carattere dell'autore. Ancora tanti i dubbi ma finalmente emergono tratti di interesse e di definizione della protagonista che aveva lasciato dubbi fin dall'inizio. Sperando che la serie non venga cancellata prima di poter definitivamente decollare.
Buona visione!

Ha finalmente esordito venerdì 13 febbraio sulla Fox, Dollhouse, la nuova fatica di Joss Whedon.
La storia è quella di Echo, una giovane donna che fa parte di una organizzazione segreta che impianta nuove personalità ai suoi agenti per renderli perfetti per la missione in corso. Al termine dell’incarico, gli agenti vengono “resettati” e restano involucri vuoti in attesa di una nuova missione da svolgere.
Giudicare una serie tv dal solo pilot è opera ardua. Infatti, il pilot ha delle necessità produttive che lo rendono “chiuso” e “autosufficiente” poiché deve contenere in sé tutte le caratteristiche della serie che si andrà sviluppando. Inoltre, il pubblico non conosce ancora i personaggi e, quindi, non si trova empaticamente coinvolto nella narrazione.
Volendo comunque ragionare su questi primi 50 minuti, la prima osservazione che viene a galla è che Dollhouse è leggibile da due punti di vista opposti e complementari: da un lato è un’opera chiaramente Whedoniana. Vi sono rilevabili i tratti comuni dei precedenti lavori dell’autore, Buffy, Angel, Firefly, Serenity, Dr.Horrible: l’importanza della figura femminile, un cast corale e ben bilanciato, una predilezione per i generi ibridi, una regia lucida e al servizio della narrazione, una scarsezza di effetti speciali fini a sé stessi. Dall’altro lato, però, Whedon sembra rischiare poco. Dollhouse è interessante ma non particolarmente originale. Da questi primi minuti ricorda fortemente serie precedenti come Alias o Dark Angel e bisognerà vedere se Eliza Dushku, la protagonista già vista in Buffy, saprà reggere le tante sfaccettature e personalità della sua Echo.
C’è da dire, a favore di Whedon, che sicuramente la Fox ha influito molto per avere un prodotto più di mercato e meno autoriale e Whedon, ancora fresco della inopportuna cancellazione di Firefly, non ha ancora molto credito nelle grandi produzioni. Il che resta un mistero visto che è sicuramente una delle voci più originali della tv statunitense.
In ogni caso, è stato un piacere vedere di nuovo sullo schermo “created by Joss Whedon”!

E' disponibile da oggi il mio nuovo volume La Terza Golden Age della Televisione. Il libro è una ampia riflessione sulla serialità tv contemporanea da diversi punti di vista: produzione, generi, scrittura, autorialità.
Il volume è aperto da una introduzione di Robert J.Thompson, l'autore di Television's Second Golden Age, volume di cui il mio libro si pone come ideale prosecuzione. In chiusura, invece, un ricco case study sulla serie Buffy The Vampire Slayer applica le teorie del libro all'opera di Whedon.
Il volume è pubblicato dalle Edizioni Sabinae.
Buona lettura!

Il 2009 ha portato sugli schermi britannici una nuova serie horror/fantasy, Demons.
La serie - anche se è più corretto mini-serie visto che sono per ora previsti solo 6 episodi - racconta le avventure di Luke (Christian Cooke), giovane londinese che scopre di essere l'erede nientemeno che di Van Helsing. Affiancato da un osservatore, Rupert Galvin (Philip Glenister), inizierà il suo allenamento e il suo studio per combattere demoni e vampiri. Il team è completato da Mina Harker (Zoe Tapper), non vedente ma dotata di poteri sovrannaturali, e Ruby (Holly Grainger), compagna di scuola di Luke.
La prima impressione che si ha guardando Demons è di incompletezza: infatti, pur apprezzando i prodotti di genere e sicuramente subendo il fascino di una Londra spesso notturna e misteriosa, le storie sono appena abbozzate e gli epiloghi spesso frettolosi e semplicistici. I personaggi hanno potenzialità ancora da esprimere e si vedrà se la Itv commissionerà una seconda stagione.
Dal punto di vista dei generi, Demons si inserisce in un trend ormai affermato della tv britannica sul mix horror/fantasy che, pur ottenendo risultati diversi, ha prodotto serie certamente interessanti: Hex, Merlin e Apparitions sono solo alcuni recenti prodotti che vanno a creare un corpus di un filone che si va sempre più ampliando.
Demons va inoltre ascritto al macro-genere del teen drama e da più parti sono stati messi in evidenza le relazioni con la serie Buffy the Vampire Slayer. Per ora, a parte le analogie che non sono sfuggite ai fans, Demons è molto lontana dalla serie di Whedon che presentava una profondità di scrittura raramente vista in tv.
Comunque, ci godiamo i demoni londinese, che hanno sempre un loro fascino....
Vincent Chase è una star di Hollywood: giovane, ricco e bello, passa le sue giornate nel patinato mondo dello star system. Unico problema: quale donna portarsi a letto per la prossima avventura da una notte! Questo è Entourage, altro successo targato HBO che dal 2004 segue la vita di Vincent (Adrian Grenier).
La serie è composta da episodi di 20 minuti (sul formato sit-com, quindi) ma è in tutto e per tutto un serial dove gli episodi si susseguono in rigoroso sviluppo cronologico. La forza della storia è in ciò che contorna Vincent, il suo entourage, appunto. Infatti, Vincent viene da New York e nel suo approdo a Los Angeles in cerca di gloria porta con se Eric (Kevin Connolly) il suo migliore amico, Johnny (Kevin Dillon), suo fratello maggiore e Turtle (Jerry Ferrara), amico d'infanzia. A completare il cast, Ari Gold (Jeremy Piven), l'agente di Vincent.
Il gruppo di giovani amici si immerge nella spensierata vita da star sulle spalle di Vincent. Tra feste e gite a Las Vegas, gli amici si godono la vita mentre il solo Eric sembra mostrare saggezza e maturità cercando di costruire la carriera dell'amico. Johnny, infatti, è un attore di scarso successo che tenta di ottenere parti grazie alla fama del fratello. Pur a tratti ricoprendo il ruolo di "chioccia" del gruppo (è lui che cucina per tutti), è permaloso e irascibile. Turtle è un bambinone dedito ai videogames e alle belle macchine. Il suo ruolo è quello del factotum, spesso bistrattato e deriso dal gruppo. E poi c'è Vincent, bello come il sole, conscio della sua dote e deciso a sfruttarla per arrivare in alto. Pur se in maniera distopica, il gruppo porta sullo schermo un nucleo familiare atipico che, comunque, riesce a farsi forza puntando sull'unità.
Entourage è una comedy a tutti gli effetti ma non manca la critica sociale grazie al personaggio di Ari, l'agente di Vincent, senza scrupoli e pronto a tutto pur di far ottenere una parte al suo assistito. Inoltre, nelle lunghe giornate passate tra ginnastica, sesso e drink, permea una sorta di edonismo che rimane, comunque, simpatico. Unico difetto: il ruolo femminile è poco presente se non nelle vesti delle conquiste del gruppo.
Con Entourage la HBO dimostra - se mai ce ne fosse bisogno - come anche una "semplice" comedy possa divenire un prodotto di alta qualità. Anche grazie alle innumerevoli guest star nel ruolo di se stesse che aggiungono una aurea di realismo a tutto il prodotto.
Sono ora on-line, con un canale tutto dedicato, i Monty Python, il celebre gruppo comico britannico. Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Jones, Michael Palin e Terry Gilliam, hanno incarnato per anni l'essenza dell'humor britannico, del non-sense, del puro intrattenimento intelligente e altamente metareferenziale.
Sul sito è possibile accedere ai loro sketch e a brevi estratti dei loro film. Infatti, i Pythons si sono espressi in diverse forme e generi: se Flying Circus resta il loro prodotto tv più famoso - e che ad oggi continua ad essere punto di riferimento per molte produzioni - il gruppo ha realizzato anche diversi lungometraggi che hanno traslato la loro comicità prettamente basata sullo sketch breve, in una forma narrativa diversa, eppure mantenendo una freschezza ed una originalità che manca, invece, a tanto cinema comico e satirico.
E ora qualcosa di completamente diverso, Monty Phyton e il Sacro Graal, Brian di Nazareth, Il senso della vita, sono i titoli dei loro lungometraggi che hanno permesso di far arrivare la loro comicità ad un pubblico più ampio. Ma anche prodotti spuri come Banditi del tempo, Un pesce di nome Wanda e Creature selvagge possono essere ricondotti - seppur con tutte le attenzioni del caso - al gruppo britannico. Così come il musical Spamalot, esempio di perfetto adattamento tra media diversi.
E poi c'è Terry Gilliam, il lato americano del gruppo. Gilliam rappresenta uno degli autori più interessanti del cinema statunitense, un vero indipendente che ha saputo creare una propria estetica ed un cinema ricco di poesia e significati, mai banale o legato alle mode del momento. Tra i suoi film basti citare Brazil, L'esercito delle dodici scimmie, Paura e delirio a Las Vegas, film così diversi tra loro eppure così vicini.
Se volete saperne di più, visitate anche il loro sito. E preparatevi a qualcosa di completamente diverso.

Ora David Walliams e Matt Lucas sbarcano negli Stati Uniti per riproporre il loro show dall'altra parte dell'oceano.
Little Britain USA ripropone esattamente lo stesso formato e lo stesso stile dell'opera originaria, presentando una divertente carrellata di tipi che rappresentano pregi ma, soprattutto, difetti, degli americani ma, anche, dei britannici in trasferta.
Accade spesso che un programma britannico venga replicato in forma di remake negli Stati Uniti. In tempi recenti è accaduto con The Office, Queer as Folks, Life on Mars, solo per citarne alcuni di successo. L'originalità di questo particolare remake è, innanzitutto, che gli autori sono gli stessi e il remake propone - pur muovendosi nello stesso formato - una rielaborazione del testo originale. Per meglio spiegare, Walliams e Lucas elaborano una sorta di proseguimento della loro opera originale, in parte riproponendo personaggi già sperimentati che vanno in trasferta negli USA, in parte creando nuovi personaggi originali. Così, al fianco dei tipi più amati della serie originale come Lou e Andy, Marjorie e Carol, arrivano personaggi come Mark e Tom, ossessionati dalla palestra e dal sesso (non necessariamente etero), destinati a diventare tra i più amati della nuova edizione.
Mentre, quindi, Little Britain era solo riguardo la Gran Bretagna, in questo caso si tratta di Britannici in trasferta e di statunitensi. In questo modo gli autori trovano nuova linfa vitale per il loro show che si arricchisce della possibilità di mettere a nudo i difetti e le manie degli americani (come le armi, la forma fisica e così via...).
Il programma è prodotto dalla HBO che garantisce con la sua autorialità una autonomia stilistica agli autori. E chissà se un giorno Lucas e Walliams approderanno in Italia.....

Segnalo volentieri il convegno Soggettiva organizzato dalla associazione Arcilesbica di Bologna.
Il convegno si compone di varie sezioni ma segnalo qui, in particolare, quella dedicata alle serie tv che comprende una interessante giornata di analisi critiche.
Se partecipate al convegno, lasciate un vostro commento!
Libri - Books
La Terza Golden Age della Televisione - Edizioni Sabinae, 2009
Buffy The Vampire Slayer: Legittimare la Cacciatrice - Bulzoni Editore, Roma 2007 Acquistabile dal sito dell'editore Bulzoni.
Fiction TV – Manuale della Fiction Televisiva, Cinetecnica, Faenza 2003